Tonnare in Sicilia
Le tonnare rappresentano un altro pezzo dei nostri meravigliosi beni culturali e proprio per questo sono entità straordinarie. Sangue, violenza e lotta per la sopravvivenza convivono in questa antica tradizione dei pescatori siciliani. La morte del tonno per la vita del pescatore: questa la legge crudele della tonnara. Ciò nonostante si stà perdendo la loro cultura e dimenticando tutto cio' che per la Sicilia hanno rappresentato.
Tonnara di Favignana: Nell’arcipelago delle Egadi l’isola di Favignana, con il suo stabilimento per la lavorazione del tonno, vanta uno dei più imponenti esempi di archeologia industriale in Sicilia.
Le fonti storiche riferiscono che fin dal XII secolo agisce una Tonnara sull'isola di Favignana e fino alla metà dell'Ottocento si effettua la conservazione esclusivamente manuale del tonno sotto sale. Tale procedimento, però, non poteva garantire una durata prolungata nel tempo.
È il 5 ottobre del 1841 quando Vincenzo Florio prende in gabella le Tonnare di Formica e Favignana dalle famiglia genovese Pallavicino Rusconi, allora proprietaria dell'intero arcipelago delle Egadi.
Lo stabilimento vantava già quattro anni dopo la sua inaugurazione la cattura di oltre diecimila tonni per la lavorazione dei quali furono impiegate fino a mille persone. Una volta pescati dai tonnaroti sotto la guida del rais (parola di origine araba da rais = capo), con il secolare rituale della mattanza (dal latino mactare = uccidere), i tonni venivano portati all’interno della tonnara. Lì venivano appesi nel bosco (insieme di cime per agganciare e far scolare i tonni), tagliati, sventrati, eviscerati, privati delle uova che erano lavorate nella camparia, bolliti, messi in salamoia o immersi nell’olio di oliva e infine confezionati nelle tipiche scatolette rosso-gialle contrassegnate dall’immagine del leone dei Florio che si abbevera alla riva di un ruscello.
Anche se è vero che Vincenzo Florio è stato riconosciuto da alcuni autori come l'artefice dell'introduzione del nuovo procedimento di conservazione sott'olio del tonno, c'è da precisare che questa attività, almeno fino alla data del 1859 — quando decise di abbandonare la gestione della Tonnara perché non la riteneva più redditizia —, non era certamente stata ancora impiantata a Favignana.
La gestione passa a Giulio Drago fino al 1877, mentre nel 1874 le intere isole Egadi diventano proprietà di Ignazio Florio. È durante l'amministrazione Drago che viene fondato lo stabilimento per la conservazione sott'olio del tonno, con la costruzione dei relativi edifici.
Ma è sotto la gestione dei Florio che lo stabilimento si amplia, diventando la più grande industria della conservazione del tonno della Sicilia.
L'attività di conservazione e commercio del tonno in scatola acquista un'importanza industriale tale da richiedere l'impiego di numerose persone nello stabilimento.
Ciò in considerazione soprattutto delle stagioni di pesca fortunate di quegli anni in cui si registrava una media di tonni catturati di oltre 9.000 unità.
Con tale considerevole pescato da conservare e tanto personale da organizzare si doveva necessariamente disporre di un impianto industriale notevole e così Ignazio Florio decise di procedere all'ampliamento del complesso per adeguarlo alle più avanzate fasi di lavorazione e conservazione: ai grandi edifici ad arcate ogivali costruiti attorno alla caletta interna, uno dei quali impropriamente ma significativamente viene ancora oggi denominato malfaraggio, verranno aggiunti altri fabbricati, fra i quali quello a due elevazioni al centro del complesso, per ospitare alcune fasi di lavoro, oltre al potenziamento degli impianti.
Adesso lo stabilimento, dopo anni di degrado e abbandono, è protagonista di uno dei più importanti e significativi progetti di restauro finanzianti con i fondi del POR Sicilia 2000-2006, per adattarlo ad attività culturali, turistiche, sportive ed artigianali.
Tonnara di Capo Passero: Di proprietà attualmente del Cavaliere Pietro Bruno di Belmonte, la
Tonnara di Capo Passero è uno splendido monumento di archeologia industriale.
Prosecuzione del capo che chiude il golfo, situata nell'estrema punta sud orientale della Sicilia, fu sicuramente la Tonnara di ritorno più prospera della Sicilia orientale. Risalente al medioevo fu data in affitto dal proprietario, il Barone Camemi di Palermo, ai Nicolaci nel Settecento. Nel 1750 Don Ottavio Nicolaci ordì il tentativo, riuscito, di ottenere la concessione perpetua basandosi sui grandi vantaggi degli anni precedenti ricavati dagli abbondanti pescagioni.
Disattivata per tutto l'Ottocento e riarmata solo a fine secolo da Don Pietro Bruno di Belmonte, è stata calata con regolarità fino al 1969 e con frequenza quinquennale fino al 2000.
La Tonnara di Portopalo è stata l'ultima tonnara in attività della Sicilia orientale e fu dotata di un ampio e complesso malfaraggio. Altri malfaraggi sono sull'isola omonima e conservano alcuni palischermi in quercia lunghi 20 metri.
Il periodo di attività della tonnara andava da maggio ad ottobre. Prossimo il mese di giugno la pesca aveva inizio: i marinai più esperti nel calo delle reti e nella cattura del pesce (rais, raisotti e tonnaroti) cominciavano la loro attività, mentre il resto degli operai (scarico e trasporto, sventratori) adibiti ai lavori sulla terraferma, aspettava il ritorno degli intrepidi.
Ancora si possono apprezzare tra i ruderi delle strutture i magazzini per la custodia e l'assistenza tecnico-logistica dell'apparato di pesca e i fabbricati per la lavorazione e la conservazione del tonno organizzati intorno allo spazio della loggia, cuore della Tonnara. In particolare erano il magazzino della sorra, il prodotto più raffinato dell'intera serie delle tonnine, il magazzino delle botti "nominato di Santa Lucia" e il magazzino del sale grosso.
In seguito, la produzione industrializzata della fine dell'Ottocento impose la costruzione di un vero e proprio stabilimento, con mattatoi, essiccatoi e sala caldaia, in grado di permettere l'utilizzo di almeno sessanta operai per la lavorazione sottolio. I locali erano, quindi, collegati tramite una passerella in muratura alla balata, costruita ad altezza del livello del mare in modo da consentire l'attracco delle chiatte cariche di tonni.
I locali destinati a funzioni abitative erano assegnati secondo i criteri gerarchici che regolavano la vita nella Tonnara: le stanze del rais, la casa dei calafati, le case dei marinai, dei maestri terrazzani, del campiere di loggia e del custode.
Nei primi del Novecento i caseggiati furono ristrutturati e furono anche realizzate opere nuove nell'ambito delle favorevoli produzioni dell'era industriale.
Nella Tonnara di Capo Passero si trova anche una Chiesetta del XVII secolo dedicata alla Santissima Annunziata, sormontata da una croce dell'ordine di Malta A. cui l'ultimo proprietario apparteneva.
Tonnara fiume di Noto ad Avola: Inizialmente è appartenuta alla famiglia catanese Tornabene, che ne ottenne persino un titolo feudale (Baroni della Tonnara di Fiume di Noto). Alla fine del seicento fu data a censo ai Nicolaci di Noto e attualmente è della famiglia Loreto.
La struttura, testimone di un'attività in passato fiorente, esprime, anche negli impianti, il forte legame integrante fra territorio litoraneo e mare, e fra l'economia agraria e quella marinara, in ragione anche di un analogo regime di proprietà e sistema di gestione.
Il borgo attuale, in località Mare Vecchio ad Avola, è antecedente allo spostamento dall'altipiano e ricostruzione della città post terremoto del 1693, si può considerare il primo nucleo abitato sulla costa dell'odierna Avola.
Oggi la Tonnara è sede di un piccolo circolo nautico e si trova in discreto stato di conservazione dato che ancora si può leggere parte dell'impianto.
La struttura superstite, di circa 5000 mq, è composta da una serie di magazzini e capannoni per la custodia, conservazione e lavorazione del pescato attorno a una loggia centrale.
Una ciminiera realizzata in mattoni consente di capire che anche la Tonnara di Avola formò parte di quelle strutture adeguate ai nuovi tempi dell'industrializzazione.
Tra i pochi documenti conservati risulta una foto storica dove si possono vedere le caratteristiche barche in legno dentro i malfaraggi. Il complesso era anche dotato di una Chiesa a navata unica, probabilmente di fine Settecento.
Insieme alle più rinomate Tonnare di Capo Passero e Marzamemi che spiccano sull'estrema costa sud-orientale, la Tonnara Fiume di Noto (nome attribuito perché probabilmente la sua localizzazione originaria era alla foce del fiume Asinaio, come viene riportato dal Villabianca) rappresenta uno dei complessi tipicamente costieri principali del golfo di Noto. Infatti, come tutte le altre strutture della Sicilia sud-orientale, la Tonnara di Avola era di ritorno, cioè catturava i tonni dopo il periodo della riproduzione.
Tonnara San Giorgio a Gioiosa Marea: San Giorgio è stata sede di Tonnara a partire dal 1407 quando re Martino concesse a Berengario Orioles il mare di San Giorgio per il calo della Tonnara. Da allora tale attività ha caratterizzato l'attività di questo centro marinaro fino agli inizi degli anni Sessanta, rendendolo uno dei più famosi in tutto il territorio provinciale.
Oggi di questa preziosa testimonianza di una cultura marinara che aveva resistito quasi per un millennio, non restano che alcuni brandelli della parte abitativa, dimora degli ultimi proprietari Cumbo, sopravvissuta alle colate di cemento che hanno demolito e cancellato per sempre l'intera struttura per la realizzazione di piccoli residences turistici.
Dell'assetto originario dei manufatti è rimasto solo l'impianto planimetrico e la volumetria.
Il vecchio edificio, inserito tra i nuovo corpi, si presenta sventrato e in grave stato di degrado. La Soprintendenza di Messina sottopose a vincolo l'edificio che non si riuscì a distruggere con tutti i beni mobili superstiti (palischermi, galleggianti, ancore di enormidimensioni) che giacciono oggi abbandonati sull'arenile.
Da allora inerzia amministrativa e indifferenza generale hanno portato alla graduale scomparsa di molti reperti che ancora, qualche anno addietro, potevano essere salvati dal lento e inesorabile abbandono cui sono stati sottoposti per decenni. I resti di due enormi palischermi, che per tempo immemorabile avevano resistito alle più terribili intemperie, sono andati distrutti da un incendio.
Ne resta ancora uno in pessime condizioni, ma che è ancora possibile recuperare con le rimanenti ancore.
Tonnara Terrauzza: Questa Tonnara, anche per il sito riparato e favorevole, si segnalava per essere "la prima tonnara che tra le tonnare siracusane si ponga in mare alle acque pel favore che tiene di essere situata in parte ove vien difesa dalla costa di Capo Meli contra i venti non men freddi che impetuosi di Greco e Levante".
L'appartenenza di questo impianto spettava al Venerabile Convento di San Francesco di Paola di Siracusa, che, quando era ancora in funzione, lo aveva concesso alla famiglia Blanco di Siracusa, non essendosi rivelata costante nella pesca.
Restano oggi solo dei ruderi.
Tonnara Bordonaro: Pur non conoscendo documenti in merito, è facile supporre che la fondazione della Tonnara sia di pochi anni successiva a quella della borgata dell'Arenella di cui, in un documento del 1320, si riconosce un certo Giovanni Calvello, un proprietario dell'epoca.
Francesco Carlo D'Amico, grande studioso di tonnare e pesca del tonno dell'Ottocento, indica quale documento più antico una Real concessione, emessa per conto del re Alfonso negli anni 1455-1456.
La presenza della Torre fa sì che il sito entrasse a far parte del circuito difensivo delle coste siciliane, e per tal motivo alla fine del 1500 essa diventa oggetto di studi.
Il nome nasce da un racconto tramandato dalla tradizione orale, secondo cui un quadro della Vergine trovato in mare fu posto in una piccola grotta della costa nelle vicinanze della rocca detta dei Rotoli. L'andamento della costa risultava sostanzialmente differente dallo stato attuale. Questa si presentava con un andamento molto irregolare caratterizzato dalla presenza di ammassi rocciosi. L'attuale spiaggia si formerà solo intorno al 1950, quando la zona divenne discarica di materiali edili che si accumularono a tal punto da formare anche l'attuale rocca posta sul margine nord, interrompendo il contatto visivo che la Torre aveva con la Torre del Rotolo.
Un lento e inesorabile processo di trascuratezza, iniziato alla metà dell'Ottocento, degenerò nei primi anni del Novecento in abbandono da parte della famiglia Bordonaro.
La Tonnara venne utilizzata come scuola dai giovani della borgata per poi divenire, nel periodo prebellico, una postazione difensiva. Sulla copertura della Torre fu costruita nel 1935 una piattaforma in cemento su cui venne posizionato un cannone, e nella parte del basamento apparvero numerose feritoie.
Nell'immediato dopoguerra la Tonnara fu acquistata dalla famiglia Caputo La Vecchia, che preservò l'aspetto e l'organizzazione storica della fabbrica con piccoli interventi di manutenzione straordinaria.
Gli ultimi trent'anni sono stati per la Tonnara un periodo di completo abbandono ed eventi disastrosi. Nel 1986, in seguito ad una violenta mareggiata crollò parte della volta del marfaraggio nel cui interno sono ancora visibili delle grosse barche utilizzate per le mattanze.
Successivamente, in data e circostanze poco note, crollarono una scala esterna, costituita da due rampe e posta sul lato nord-ovest, e dopo crollò pure parte del corpo residenziale.
Da un paio di anni è iniziato, con un'iniziativa privata, un processo di recupero che la sta trasformando in uno spazio polifunzionale, con una zona teatro per la musica e il cinema affacciata sul mare, ristoranti e bar.
Tonnara Arenella: L'Arenella, che un tempo fu un villaggio di pescatori, oggi è una suggestiva borgata della costa nord-ovest di Palermo. Caratteristico il suo porticciolo, costituito da due darsene riparate, e il fondale marino, roccioso e poco profondo. Questa zona è nota soprattutto per il proprio passato ittico, che ruota attorno alla Tonnara Florio, uno dei più antichi edifici di proprietà della famiglia simbolo della borghesia ottocentesca palermitana, i Florio appunto.
Il complesso della Tonnara ha origini antichissime che probabilmente risalgono al Trecento, come del resto sono molto antichi i metodi di pesca del tonno che ad esso faceva capo. Fu istituita per reale concessione e il Principe di Niscemi Vitale Valguarnera, secondo genito del Principe di Valguarnera, ottenne, nel 1645, la concessione del titolo di Duca sopra questa Tonnara dal re Filippo IV.
A partire dal 1830 Vincenzo Florio cominciò ad acquistare alcune quote della Tonnara, appartenute a famiglie aristocratiche, e nel 1838 se le aggiudicò completamente ad un'asta. In seguito Vincenzo Florio commissionò all'amico e collaboratore architetto Carlo Giachery la trasformazione, parte in Tonnara e parte in abitazione. Così nacque, tra il 1840-44, una suggestiva palazzina neogotica inserita in un'ambientazione mediterranea, che per le sue quattro guglie fu detta anche "i Quattro Pizzi".
Questa anomala progettazione richiama un gotico inglese, addolcito da una romantica scenografia mediterranea.
Allo stesso Giachery, nei 1852, fu commissionato, sempre inserito nel complesso dell'Arenella, il mulino a vento per la macina del sommacco, da cui si estraeva il tannino, che era uno dei fiorenti commerci siciliani.
La parte del complesso adibita ad abitazione veniva utilizzata nei fine settimana e molte personalità illustri venivano ospitate nei raffinati ambienti interni, non ultima la Zarina di Russia, che durante il suo soggiorno a Palermo se ne innamorò talmente da fare riprodurre fedelmente i "Quattro Pizzi" a San Pietroburgo, con la denominazione di "Rinella", costruzione ancora oggi esistente.
Finito il periodo aureo, Vincenzo Florio vi si ritirò con la sua famiglia, eleggendola a propria dimora e i suoi spazi ospitarono feste e balli in cui l'alta società di tutta Europa era sempre ben rappresentata.
La storia di questa Tonnara è attraversata da continui litigi con le vicine Tonnare di Mondello e di Vergine Maria. Per lo più si trattava di questioni legate al rispetto della distanza minima di tre miglia che la legislazione coeva riteneva doversi tenere fra due tonnare perché l'una non desse fastidio all'altra.
Lo spirito conflittuale, che per lungo tempo animò le marinerie di queste vicine borgate, è ben rappresentato dalla vicenda che riguardò il ritrovamento e la titolarità di una statua lignea di Sant'Antonino, protettore delle tonnare e dei tonnaroti.
La Tonnara restò in funzione fino ai primi del Novecento; successivamente, cambiata la rotta dei tonni, dovette chiudere l'attività di pesca.
Tonnara dell'Orsa: La concessione per la Tonnara dell'Orsa fu data da re Ludovico di Sicilia a Corrado de Castellis nel 1344. Nel 1382 pervenne al Monastero dei Benedettini di San Martino delle Scale e fece parte dell'immenso patrimonio dei frati per quasi cinque secoli. Nel 1569 il malfaraggio venne ingrandito e restaurato, assumendo l'aspetto attuale e inglobando la Torre trecentesca.
Il baglio ha pianta quadrata, con un cortile interno cinto fra spesse mura. Si perviene all'interno attraverso un arco ogivale, l'ingresso principale, che un tempo era chiuso da un cancello. Subito sulla destra dell'ingresso c'è un palazzetto a due elevazioni: al piano terra c'erano i magazzini e le stanze di lavoro, al piano superiore l'abitazione del rais.
Sulla sinistra ancora stanze da lavoro e la taverna; tutti gli ambienti hanno caratteristiche volte a botte in pietra. Nell'angolo più vicino al mare, a chiudere la cinta muraria, si staglia la torre, a due elevazioni e pianta quadrata. La sostengono agli angoli dei grossi costoloni che s'interrompono all'altezza del marcapiano.
La Torre, che fungeva da punto d'avvistamento a protezione della Tonnara, nel XVIII secolo fu inserita nel programma ufficiale di avvistamento che comprendeva l'intera costa dell'isola. A sinistra della Torre si trova un grande locale con archi rampanti, la trizzana, dove venivano ricoverate le barche.
Nel muro di traverso è stato ricostruito l'appendituri che serviva per appendere i tonni dopo l'eviscerazione. Ancora oltre troviamo una Cappella, piccola costruzione quadrata dedicata alla Vergine, e, infine, il rivelino, anch'esso a pianta quadrata, dal quale si controllavano i movimenti nell'entroterra, con camminamento, feritoie e caditoie. Adiacente a questo torrino si può osservare il sistema di raccolta delle acque, con pozzo e cisterna, il lavatoio e il forno.
La posizione della Tonnara dell'Orsa non fu mai fortunata per via della vicinanza di altre tonnare che intercettavano i tonni. Nei secoli i Benedettini la diedero in gestione a diversi privati, e alcune volte tentarono la gestione diretta con scarsissime fortune.
All'inizio del Novecento venne abbandonata definitivamente. La Tonnara è stata restaurata anni fa con un intervento della Soprintendenza di Palermo.
Nonostante le tante iniziative promosse, soprattutto da Salvalarte Sicilia, non c'è ancora chiarezza sulla futura gestione del monumento.
Se si va avanti con l'attuale irresponsabilità questo straordinario patrimonio rischia di ritornare nell'oblio e nel degrado.
Restiamo convinti che la Tonnara possa, invece, ospitare un polo tecnico, scientifico e culturale per la promozione e la diffusione dei temi legati al mare e alla tutela del suo patrimonio naturale e archeologico.
Tonnara San Vito Lo Capo: Tre chilometri a levante dell'abitato sorgono gli aristocratici edifici dell'antica Tonnara del Secco, le cui reti venivano calate a pochi metri dalla riva: catturava i grossi pesci pelagici che in primavera percorrevano le acque del golfo di Castellammare nella loro corsa per la riproduzione.
La Tonnara di San Vito Lo Capo è situata all'estremità occidentale del golfo di Castellamare, nel seno di mare detto "del Secco", a ridosso di monte Monaco, su un fondale a strapiombo.
Risulta difficile determinare l'anno della costruzione del fabbricato; citazioni riguardanti un primo nucleo risalgono a 1600, ma crediamo di poter ipotizzare che risalga ai primi del Quattrocento.
La maggior parte delle fonti la indicano come proprietà del Monastero di Santa Rosalia di Palermo, anche se il Marchese di Villabianca, in maniera invero confusa, cita anche il Monastero di San Vito di Palermo.
Nel 1860 Cavour, tramite una legge requisitoria, espropria i beni religiosi e nel 1872 la Tonnara del Secco viene acquistata da Vito Foderà di Castellamare del Golfo. Fino a quel momento forse è improprio parlare di Tonnara, era bensì una piccola "tonnarella" ed il fabbricato era composto da un caseggiato ed una torre.
Dal 1872 la Tonnara cambia aspetto; viene costruito lo stabilimento dove si salavano ed inscatolavano i tonni, viene ingrandito il caseggiato, costruito il giardino retrostante e la terrazza antistante.
È pure questo il miglior periodo in senso economico; Vito Foderà mantiene relazioni con tutta l'Italia e vende il tonno, non soltanto in Sicilia, ma anche a Napoli, Livorno e La Spezia. Nel 1920 muore Foderà, e la vedova Silensi in Foderà l'affitta; prima, dal 1920 al 1924 ai fratelli Plaja, e dal 1925 al 1929 ai fratelli Monticciolo.
Nel 1930 i fratelli Plaja acquistano la Tonnara e nel 1933 viene firmato il contratto. La famiglia Plaja calarono le reti per l'ultima volta nel 1965, ma già le ultime mattanze erano state negative.
Nel 1969 è stata spostata nel vicino golfetto di San Vito Lo Capo. Calata alla spagnola, per le preventivate forti correnti, ha avuto un esordio negativo, ma si ritiene che le operazioni di calo, condotte con accuratezza, avrebbero portato a migliori risultati.
Lo stabilimento non è funzionante dal 1920, perchè i Plaja non hanno mai inscatolato il pesce: questo era direttamente venduto al mercato ittico. In mano ai Plaja la struttura non è mai stata modificata; sono stati realizzati solo interventi di restauro o consolidamenti.
Attualmente il complesso è impraticabile e in stato purtroppo d'abbandono.
Tonnara di Bonagia: Situata in un luogo reso celebre dalla notizia, tramandata da Fazello come da altri antichi storici, del seppellimento avvenuto di Anchise, padre di Enea, la Tonnara di Bonagia è tra le più antiche e pregevoli, già in attività nel 1266 sotto gli Angioini.
Sorta in quella cala che nel 1496 fu elevata al rango di porto, qualifica riconfermata da Ferdinando II, e citata dal frate bolognese Leandro Alberti che, nel 1526, ne descrisse la Torre progettata dal Camillani.
L'attuale costruzione non è, tuttavia, la stessa magnificata dallo studioso: nel giugno del 1624, infatti, una banda di pirati mise a ferro e fuoco la Tonnara distruggendone, appunto, la Torre.
Sulle sue macerie venne subito ricostruita, secondo il disegno della precedente, quella che, ancora oggi, possiamo ammirare e che fu terminata nel 1626, come testimonia la data scolpita sull'architrave della porta d'ingresso.
All'origine la Tonnara di Bonagia fu proprietà della Regia Corte di Napoli e tale rimase fino al 1638 quando venne venduta al Barone D. Antonino Stella; passata, in seguito, di proprietà in proprietà, rimase in possesso dei Duchi di Castel di Mirto fin quando non fu ceduta alla costituenda Opera Pia di Casteldimirto.
Subì un periodo d'abbandono che terminò nel 1876 quando venne riattivata e riportata alla produttività.
Quindi, l'amministrazione venne assunta dall'Ospedale Fate Bene Fratelli di Palermo, il quale nel 1923 la vendette per l'importo di tre milioni circa alla Fenicia — S.p.A. di pesca di Trapani.
La Tonnara di Bonagia rese parecchio a suoi proprietari poiché di buona e costante pesca. Ha funzionato fino ai tempi recenti.
All'interno della Tonnara c'è una Cappella edificata nel 1749 da Antonio Stella, Barone di Bonagia, a "protezione" dalle continue incursioni piratesche. Al suo interno un Crocifisso ligneo, che dopo diverse vicissitudine fu collocato dal rais Saroro Renda sull'altare della Chiesetta.
Il complesso è stato interamente ristrutturato nel 1996, trasformando gli antichi stabilimenti dedicati alla pesca e alla lavorazione del tonno in un complesso turistico alberghiero che racchiude in sé una storia secolare e peculiare e i tanti segni di una cultura nata e vissuta con il mare.
La Torre ospita oggi il Museo della Tonnara dove cimeli, reperti, una fedele riproduzione in miniatura di una tonnara vera e propria, antichi arnesi da lavoro, testimoniano il passato e la sapienza dei tonnaroti che della pesca del tonno fecero un mito che anche Omero cantò.
Tonnara di Vendicari: Importante, soprattutto per l'economia della regione, fu la tonnara di Vendicari in cui venivano inscatolati i pesci, prevalentemente tonni e sgombri, pescati al largo.
La tonnara, detta anche Bafutu, ossia anticamente del Capo Bojuto, venne costruita nel Settecento in seguito al grande incremento che in Sicilia si era avuto nella concessione di tonnare a partire già dal Seicento.
Soggetta, a periodi di magra ed anche di totale chiusura a causa del suo scarso prodotto (vedi un provvedimento della capitaneria di porto di Catania del 12 febbraio 1884) venne parecchio condizionata dalla vicinanza di altre tonnare (Marzamemi e Pozzallo) più efficienti e meglio favorite da fattori ambientali.
Il periodo di massima espansione venne raggiunto ad inizio del secolo scorso, quando si registrò un forte incremento del pescato. In quegli anni proliferarono, nelle tonnare, gli stabilimenti per la conservazione in scatola del tonno e la tonnara di Vendicari contò 40 dipendenti, tra cui due rais (il primo di Avola e il suo vice di Pachino).
Fu in quel contesto di rinascita dell'attività delle tonnare che nel 1914 il nobiluomo avolese Antonin Modica Munafò di San Giovanni, già possessore della salina, ebbe la concessione della tonnara di Vendicari che venne ristrutturata con impianti nuovi sui resti di quella settecentesca.
Fu una tonnara di ritorno, di quelle, cioè, che, poste lungo le coste orientali e meridionali della Sicilia, catturavano i tonni dopo che questi, passata la stagione degli amori, andavano verso il mare aperto.
L'edificio a terra della tonnara, nel quale si entrava per un ampio cancello di ferro, comprendeva, oltre ad un cortile, separato dalla torre sveva mediante un muro perimetrale, lo stabilimento per la lavorazione del tonno, il magazzino, le abitazioni dei tonnaroti.
Il rais alloggiava con la sua famiglia nell'isoletta di Vendicari, dentro baracche di legno in prossimità dell'abitazione dei proprietari, i quali avevano una casa in muratura per alloggiarvi durante i lavori della tonnara.
La sua attivita' cesso nel 1943 in seguito ai tragici eventi dello sbarco anglo-americano nella zona durante l’ultimo conflitto mondiale.
I primi impianti delle saline, costruite a supporto della tonnara per la conservazione del pesce, risalgono al XV secolo e, a tutt'oggi, ne restano vestigia sul Pantano Grande.
Oggi, quelli che erano i ruderi diroccati dello stabilimento con i suoi cento metri circa di lunghezza, i pilastri che ne sorreggevano il tetto, e la ciminiera altissima che domina silenzio del luogo, nonchè le case dei pescatori, sono stati restaurati e consolidati da un intervento della Soprintendenza di Siracusa.
Tonnara di Scopello: nel Golfo di Castellammare esistevano ben quattro tonnare che ai tempi davano lavoro a circa 300 operai nelle quali, ogni anno, venivano pescati in media 6 mila tonni. La Tonnara di Scopello, come quella di Castellammare, era una tonnara di 'corsu' o 'tunnara a lu ddrittu', in quanto aveva come scopo di catturare i tonni provenienti da levante che, nei mesi di Aprile-Giugno, procedevano lungo la costa per depositare le uova. Le tonnare di 'ritornu' invece, pescavano nei mesi di Luglio e Agosto, quando i tonni avevano già deposto le uova. Un complesso di reti sbarravano, in posti precisi della costa il passaggio ai tonni che in quelle acque arrivavano per depositare le uova e riprodursi. In tale sbarramento si potevano distinguere due parti: la 'cura' (coda) o costa o pedale e 'l'isula'. Il primo aveva una lunghezza di 1200 metri circa ed era posto in direzione nord, nord-est perpendicolarmente all'isola. I tonni così risalivano le reti del 'pedale' fino all'isola, dove entravano nella 'bocca', apposita apertura dalla quale passavano da una 'camera' all'altra fino ad arrivare in quella dove avveniva la 'mattanza' cioè l'uccisione.
Man mano che i tonni procedevano nelle varie 'camere', la loro presenza veniva segnalata dai marinai di guardia e dalle vibrazioni di apposite lenze verticali. Arrivati nella 'camera della morte' i marinai iniziavano a sollevare il 'coppo' cioè la grande rete di fondo. I tonni spinti così, in superficie dal graduale alzarsi della rete di fondo e intrappolati venivano agganciati dai marinai provvisti di 'uncini', arpioni e 'crocchi' e issati a bordo delle barche dove morivano asfissiati. A guidare la mattanza era il rais e i marinai durante le varie fasi della pesca intonavano dei canti detti 'cialome', con lo scopo di sincronizzare i movimenti collettivi ed accrescere la loro resistenza alla fatica.